personale


“[..] Era talmente semplice attirare la felicita’; bastava prescindere dal passato, voltare pagina.[..]“
[Elie Wiesel, L'oblio, 1989]

Ci sono persone legate al passato, ai ricordi, alla  memoria, alle proprie radici e tradizioni culturali, al proprio sangue, alla propria terra, alla propria Fede. Ci sono persone che sembrano vivano dimentiche della memoria, del passato. Gli ebrei ricordano, ricordano e fanno memoria. Per quelli ortodossi le memoria, il ricordare, e’ fondamentale, irrinunciabile.

Noi nati molto dopo le tragedie occidentali del ventesimo secolo, abbiamo una memoria molto corta, frammentaria, approssimativa, a volte di comodo. Credo non sappiamo molto bene chi eravamo il secolo scorso, o forse anche, secoli prima. La memoria, l’esercizio di ricordare, la catarsi che a volte si vive nel ricordare, possono essere ingombranti, possono precludere gli slanci del presente che potrebbero rendere temporaneamente felici. Ci sono situazioni in cui ricordare significa rallentare il passo per il peso di cio’ che viene percepito come zavorra.

In mio padre c’e’ molto di me, in me poco di lui, ed ora sono la sua memoria.


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Date a Cesare cio’ che e’ di Cesare, e a noi cio’ che ci appartiene.

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Ci sono notizie che giungono inaspettate, all’improvviso, magari mentre si sta facendo una foto di gruppo, magari mentre ti viene messa una mano sulla spalla e ti viene detto “mi sposo…” , ed io come un cretino non sapevo da che parte guardare, cosa dire.

L’essere “on time” significa anche questo, tirare fuori il coniglio dal cappello (come ho fatto per anni) significa anche questo, e dopo tante cose condivise penso sia conseguente il coniglio che vedo estrarre dal cappello, e sono felice e vi auguro ogni bene.

Nella vita si dovrebbe fare ciò che piace, una sorta di segreto gelosamente custodito, una determinazione implicita e celata dietro la semplicità e l’apparente adattarsi alle diverse situazioni, un desiderio che tirato fuori a voce bassa diventa materia, diventa sostanza.

Precedere “Cecato” non è da tutti, eh eh.

Ogni bene e un grande abbraccio “familiare”!

a family beautifull day

Dedicated to D&C with love!


PS: Dariè, al bis Ferretti ha cantato “Amandoti”, a secco, quasi a rompere le corde vocali e quasi tutti l’abbiamo cantata, mancava solo Fatur, è stato un ottimo tributo alla memoria dei CCCP. Ricorda: in qualsiasi frangente della vita occorre un piano quinquennale, occorre stabilità! A presto

Reduce.

Reduce Ferretti, reduci noi, reduce io.

Villa Ada era praticamente immersa in un’atmosfera nord europea, dal laghetto saliva sottile la nebbia, la terra bagnata, gli alberi bagnati, ovviamente era umido.

Non c’erano molte persone, ma c’erano molte persone diverse, dai punk nostalgici ai cattocomunisti, ragazzi e non-ragazzi, tutti seduti fino quasi alla fine. La nebbia del fumo saliva lenta, anch’essa. Le parole di Ferretti taglienti come schegge, immediate, pesanti, mai banali. A livello musicale gli arrangiamenti sono stati stupendi. Durante “Cupe Vampe” mi sono commosso: “non rinnego niente di ciò che sono stato”.

L’unico album rock dei CSI quindi l’unico album rock dei CCCP. Sto scrivendo di TRE (Tabula Rasa Elettrificata), dell’album che parla della Mongolia, con lo sguardo occidentale parla di ciò che è stato l’estremo confine dell’impero sovietico, dell’alienazione culturale, della ristrutturazione culturale, di ciò che veniva ritenuto medievale e di conseguenza arcaico e legato ad inaccettabili tradizioni. L’unità di produzione era anche unità di controllo culturale ed anni di insistente propaganda e presunta cultura imposta hanno scorticato nell’intimo anche questa terra remota, lasciando vive le ferite, sanguinanti, esposte ad ogni condizione interna ed esterna. TRE ritengo sia un’autentica rivelazione, sia immediato e duro nell’impatto che nè deriva ascoltandolo, sia scarno tanto quanto il Gobi e i monasteri distrutti, siano pregno di poetica spirituale tanto quanto la tradizione culturale, sopravvissuta, della Mongolia.

In un momento nel quale fatico a riconoscere con chiarezza ciò che erano i lumi della mia veglia spirituale, distratto da tante e tante situazioni che in parte mi appartengono e in parte subisco, a tratti con moto d’orgoglio canticchio “Matrilineare” e concludo, con Darietto, “…del resto mimporta na sega sai, ma fatta bene che non si sa mai…”

Sto ascoltando l’album “Under a violet a moon” dei Blackmore’s night. Musicalmente mi piace molto, mi ricorda le isole Aran, la pioggia sottile, le capre, i muri a secco, la bici presa in affitto, le cliffs of moher, le birre bevute ad ogni stop, il mio pile grigio buono per ogni evenienza. Ci tornerei volentieri, anche adesso o forse è sufficiente la noce di cocco e il tabacco girato e il silenzio tutt’intorno e dei ricordi piacevoli.

Aran Island

Non è questione di età nelle cose che si vivono, mi spiego, è fin troppo semplice dire che si aveva vent’anni, o giù di lì, e che quindi alcune azioni, abitudini, interessi, non possono essere più vissuti, non la penso così. Credo che la differenza la faccia la situazione in sè, e con situazione intendo persone coinvolte, luoghi, tipo di vita che si conduceva, in questi termini chiaramente “quel tempo là” rimane confinato nella memoria ed ovviamente non può più essere rivissuto, ma è altresì importante sottolineare che se si desidera vivere una certa cosa (vivere anche con lo sguardo a ciò che è stato), in un contesto che è quello attuale, ciò è possibile, evitando tragedie greche e coinvolgimenti esistenziali inopportuni. Dipende, ovviamente, in primo luogo da quanto si è propositivi e da quanta energia si investe, il resto, nella misura in cui dipende dal singolo, viene da sè.

Sperimento giorno dopo giorno che la vita in sè è bella da vivere, sia che si stia vivendo un momento in cui la bilancia pende dalla parte giusta sia che stia avvenendo il contrario, c’è una tensione costruttiva nell’approccio con se stessi che credo non vada mai smarrita.

alleluia!!!

 

I once had a girl or should I say she once had me

She showed me her room isn’t it good Norwegian wood

She asked me to stay and she told me to sit anywhere

But I looked around and I noticed there wasn’t a chair

I sat on a rug biding my time drinking her wine

We talked until two and then she said it’s time for bed

She told me she worked in the morning and started to laugh

I told her I didn’t and crawled off to sleep in the bath

And when I awoke I was alone this bird had flown

So I lit a fire isn’t it good, Norwegian wood.

…quando la catarsi del sabato di quei tempi là tende ad ingoiarmi.

Ma è stata anche una mia scelta, è stata anche una mia scelta. Non rimane che uscire all’aperto, fumare e in silenzio quasi liturgico vedere “Il cielo sopra Berlino”. Mettere insieme molti e molti pensieri ed arrivare ad una sintesi, gioiosa, quasi un desiderio tra i denti stretti…

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