diario


Il sabato pomeriggio e’ foriero di notizie, inaspettate, temute, desiderate, soffocate in gola e taciute anche a se stessi. Nei miei sabato pomeriggio c’e’ quasi costantemente una linea sottile di malinconia alla quale non rinuncio. E’ come una parte indispensabile di questa parte del giorno della settimana, di questa parte unica, nella quale, al suo volgere, inizia una nuova settimana. Il tempo prima dell’imbrunire e’ staccato temporalmente da ogni sistema, se fosse il 1300 non farebbe differenza.

A volte le cose non si scelgono.


Post scriptum del giorno dopo: ogni qualvolta si vivono momenti semplici si riscopre la bellezza autentica dello stare insieme. Cambiano le nostre vite e in questo cambiamento in itinere il tempo trascorso insieme si assapora lentamente ed autenticamente, in tutto il suo essere indispensabile. Guardarsi attorno e vedere volti amati non e’ assolutamente scontato nell’era dell’immagine. Adesso occorre prepararsi per Colle Pino parte 2, con la speranza che Skywalker faccia uno sforzo…


[..] Di questo sono assolutamente certa. Se solo ci penso, comincio a sentire dentro di me uno scricchiolio, come se anch’io stessi per dividermi in due. La divisione di Myu mi sembra riflettere il mio stesso essere divisa. E poi, ho un dubbio. Se questa parte di qua, dove Myu e’ adesso, non fosse il suo vero mondo (cioe’ se la parte di qua fosse in realta’ l’altra parte), io che vivo in stretta intimita’ con Myu in questa dimensione del tempo, che cosa sarei io? [..]
[H.Murakami, La ragazza dello Sputnik]

Il punto e’ questo: fino a che punto la realta’ di coloro con i quali viviamo in relazione, siano essi persone intime o meno, ma sicuramente persone che per noi hanno importanza nel nostro contesto vitale, perturbano la nostra quotidianita’? La questione non e’ se si dipenda o meno da un’altra persona, dipendenza sia sana sia malata, la questione e’, visto che siamo esseri “vocati” alla relazione, esseri in relazione, la nostra unita’ di misura nel capirci e’ anche l’altro, ma quando l’altro inizia ad essere unico sistema di riferimento? Un cambiamento dell’altro verra’ necessariamente vissuto come un nostro cambiamento, ma non subi’to, semmai vissuto, scelto. Tante o poche parole, sicuramente minime, per rendermi conto che in ogni ambito relazionale il raggiungere la “giusta distanza” cioe’ la “giusta vicinanza” e’ questione fondamentale ed in un certo qual modo contribuisce a garantire la longevita’ della relazione stessa.


sputnik
[refer to here for the picture original context]

Il confine tra la propria autodeterminazione e quella dell’altro a volte e’ labile. Si sceglie per se, per cio’ che ciascuno ritiene giusto per se e si puo’ non fare cio’ che e’ giusto per l’altro. Non ho intenzione di spingermi sulla definizione del concetto di “giusto” e parto dal presupposto che ciascuno agisca rispettando se stesso e l’altro. Dunque, si fanno le valutazioni del caso e si fanno delle scelte conseguenti ovvero non si fa alcune considerazione e si sceglie, come dire, d’impulso, quasi senza pensare. In questa dinamica quotidiana, relativa a scelte minime ma anche fondamentali, si fanno i conti con la propria liberta’ di movimento e la liberta’ di movimento dell’altro; tipo due sfere: in una c’e’ colui che sceglie e nell’altra c’e’ l’altro. La scelta potrebbe comportare l’invasione nella sfera individuale dell’altro e tale invasione potrebbe essere ben accetta o no, potrebbe causare gioia ma anche dolore, interesse o indifferenza. Il rischio della non scelta, che a ben guardare e’ comunque una scelta, e’ l’immobilismo, cioe’ l’attesa degli eventi. Scegliere e rischiare ovvero non voler rischiare e quindi rischiare di non vivere una situazione che in potenza potrebbe aver luogo?

Quello stimolo elettrizzante che fa respirare a pieni polmoni e sentirsi parte determinante del contesto storico del momento, quell’euforia un po’ adolescente come anche quell’incoscienza tipica dei vent’anni, mi spingono a scegliere per il cambiamento, rifuggendo dall’inaccettabile occhiata del sentirmi spettatore della mia storia.

E’ accaduto, accade, accadra’.


noel


Una delle operazioni che l’anarchica Trenitalia ci riserva immancabilmente tutte le sere e’ il test di chiusura delle porte del treno: vengono chiuse e se tutte risultano chiuse allora il test ha avuto esito positivo. Ora, dato che la datazione del materiale rotabile, che la generosa Trenitalia riserva al pendolare-somaro, va attestata intorno a trenta anni fa, puo’ accadere che almeno una porta si chiuda ma il finecorsa che ne verifica la chiusura non invii il segnale di avvenuta chiusura; ne’ consegue il solito sibilo di chiusura e il rumore dell’aria uscente dal sistema pneumatico che si ripetono periodicamente ogni 2 secondi. Il rumore e’ fastidioso, ma la cosa piu’ fastidiosa e’ che cio’ impone al capotreno di non far partire il treno e quindi inizia ad accumularsi ritardo. La tragifarsa va avanti per una decina di minuti fintanto che la porta non viene esclusa ovvero “sistemata” e quindi, se non bisogna dare precedenze varie, si parte. Non si puo’ fare il test con leggero anticipo? OVVIAMENTE no. L’adrenelina che ogni sera deve scorrere nelle nostre schiene fino al fischio del capotreno che avvisa la partenza imminente del treno e’ elemento gratuito che Trenitalia ci riserva. Trenitalia decide, Trenitalia e’ sempre la stessa ed e’ sempre diversa.

Ma questa sera, dopo aver imprecato contro il capotreno che mentre noi richiedevamo un intervento rapido per la mancata chiusura della porta lui stava al telefono nella carrozza precedente alla nostra, abbiamo anche sperimentato il freezing time, cioe’ i riscaldamenti della carrozza non erano accesi. Ti sei “scaldato” contro la porta che non si chiude? Bene, ora ti “gelo” un po’ e ti richiamo al tuo status di pendolare-somaro. Mi ero rassegnato. Tiro fuori da leggere e con la sciarpa leggo. Ma ecco che dopo dieci minuti circa dalla partenza, un pendolare-somaro dotato di chiave adatta, si e’ recato nel vestibolo della nostra carrozza, ha aperto lo sportello dell’armadio che contiene il quadro elettrico, ha girato un perno, ha richiuso e si e’ seduto soddisfatto. Dopo poco tempo l’aria calda ha iniziato ad uscire dai bocchettoni e abbiamo iniziato ad alleggerirci. Tutto cio’ in silenzio. Soddisfatti, avendo guardato per un attimo il nostro eroe, e soddisfatti. Da notare che se e’ stato sufficiente accendere l’impianto di riscaldamento e non si sono verificati guasti successivi, evidentemente significava che era semplicemente spento. Trenitalia voleva educarci, sempre gratuitamente, ad offrire il nostro petto alla tramontana, a temperarci per un futuro prossimo da glaciazione climatica, a farci training nel caso in cui trasferimenti improvvisi di lavoro dovessero imporci la Transiberiana.

Non ho mai visto Sanremo per una sorta di razzismo musicale. Quando comprai la chitarra a quindici anni e iniziai a suonare De Gregori o Guccini, ritenevo che Sanremo fosse un festival di serie B o comunque non rappresentativo della musica italiana, infatti per me la musica italiana era altro. Ora la vedo diversamente nell’impostazione, non cerco di fissare una categoria, una classifica, neanche stabilire cosa puo’ essere rappresentativo della musica italiana e cosa no, niente di tutto cio’, semplicemente non mi piace la musica che viene suonata nel festival e mi infastidisce la paralisi mediatica che in questi giorni ruota attorno a Sanremo, e quindi continuo a non vederlo.

Se mi trovo a scrivere due righe su Sanremo tuttavia c’e’ una motivazione, che e’ la seguente: ho letto sul quotidiano della critica del cardinale Saraiva Martins sulla canzone di Povia, il fatto cioe’ che secondo lui costituisse seriamente un rischio di essere interpretata come un inno all’eutanasia. Quindi su youtube sono andato ad ascoltare la canzone, per capire, per formarmi una mia opinione. Musicalmente non mi dice molto, la trovo molto piu’ curata come “scenografia” che da un punto di vista musicale, invece il testo lo trovo interessante, un tantino forzato a livello emozionale, ma equilibrato. Non e’ secondo me un inno all’eutanasia, ma semplicemente propone un concetto molto semplice, cioe’ il fatto che ciascuno “ha le sue verita’ ” ossia “la propria scala di valori” e su questa scala impernia la sua esistenza. Il punto sta qui, rispettare l’altro significa rispettare anche le sue scelte, anche quando se ne’ fa portatore un genitore. Chiaramente tali scelte non debbono nuocere alla collettivita’ e a se stessi. E’ difficile distinguere? Assolutamente si’. Al posto di Beppino Englaro cosa avrei fatto? Forse sarei rimasto al capezzale di mia figlia ad invocare il Dio di Abramo, nonostante i molti anni addietro nei quali sembrava sordo e muto, nonostante cio’ molto probabilmente avrei sperato nel silenzio. Ma non per questo voglio, e sicuramente non posso, imporre i miei valori ad un’altra persona. Posso esternare la mia opinione, l’altro puo’ accoglierla o meno, puo’ condividerla o no, e qui finisce la mia linea di intervento. Non giudico chi agisce diversamente da come agirei io. Dire che ciascuno ha i suoi valori non mi sembra affatto una posizione relativista, non temo che la mia Fede ne’ subisca una diminuzione, che perda importanza, non per me, ma soprattutto mai vorrei imporre i miei valori…

Concludo, in parte contraddicendomi, sottolineando che comunque in casi specifici, come quello al quale ho accennato, la forma di rispetto piu’ profonda coincide con il silenzio.

Il pendolarismo contribuisce in modo determinante alla formazione di uno status “a spettro largo” cioe’ tutti quegli usi e costumi che appartengono indistintamente a colui che il pendolare lo fa e lo e’, che lo voglia o no. Dal primo treno del mattino ad uno degli ultimi del tardo pomeriggio c’e’ una linea chiara che accomuna tutti coloro che su i convogli regionali, inter-regionali, spendono piu’ di un decimo della loro esistenza lavorativa. Al mattino regna il silenzio, guai a parlare nei vagoni dormitorio (in questi periodi si trovano viaggiatori viaggianti con cuscini ad U, copri occhi, coperta), alla sera c’e’ piu’ allegria e c’e’ anche chi abusa della concessione della parola, praticamente urlando. Poi non mancano mai le tre donne (comunque minimo tre) che non riescono a tacere nemmeno per un epto-secondo e riescono a parlare di tutto, dalla struttura corposa della pastiera alla visita del Dalai Lama negli States. Non mancano ancora gli esperti di politica come anche chi ha una soluzione per ogni tipo di problema. In questo microcosmo pulsante e capace di avere fisionomia propria, Trenitalia si destreggia con saggezza antica, accoglie nel suo ventre molle il pendolare e lo manda via quando lo decide, puo’ capitare in stazione, puo’ capitare fuori stazione, puo’ tenere il pendolare ostaggio per un certo tempo in virtu’ di non precisati guasti o perche’ c’e’ da dare la precedenza a qualche treno di categoria superiore. Insomma, Trenitalia decide e al pendolare non rimane che accettare. Non ci sono alternative nella grande societa’ per azioni socialista che Trenitalia e’. Tariffe basse, servizio pessimo, qualche “ci scusiamo per il disagio” e si gira pagina, domani e’ un altro giorno.

Vivo con rassegnazione quasi sapiente il mio tempo ferroviario quotidiano. E debbo dire, per onesta’, che non mancano mai le sorprese.

Dove la mente umana, si intende quella razionale, si arresta, Trenitalia partorisce il maiale alato. Un esempio recente (P sta per pendolare, C sta per capotreno, il treno e’ un regionale):

P: .. ecco il biglietto
C: ma e’ di un intercity!
P: infatti dovevo prendere l’intercity per andare nella stazione di X, l’intercity era in ritardo e quindi ho preso il regionale sempre per recarmi nella stessa stazione.
C: debbo farle la multa
P: e perche’?
C: perche’ lei ha un titolo di viaggio adatto per un treno che appartiene alla societa’ che noi chiamiamo “passeggeri”, invece il treno nel quale siamo e’ un regionale, cioe’ appartiene ad una societa’ per il trasporto regionale appunto, e quindi il suo titolo di viaggio non e’ valido.

La storia e’continuata nello stupore generale e nel tentativo di capire se il capotreno ci stesse gabbando o no. Non scherzava. Trenitalia, mamma grassa e volgare, ha subito una divisione di rami di azienda sulle spalle di chi il treno lo prende tutti i giorni e gli garantisce la sopravvivenza. Attenzione, perche’ se perdete l’Eurostar ovvero l’Eurostar e’ stato soppresso (perche’ anche questo capita) non prendete alcun treno di categoria INFERIORE, peggio che mai una combinazione di treni regionali e inter-regionali, perche’ sicuramente commettereste una violazione della normativa ferroviaria sui titoli di viaggio.

Termino il mio sfogo composto con un avviso, se qualcuno dovra’ prendere un treno che a Roma Termini parte dal binario su una delle due nuove piattaforme est, si armi di pazienza e di scarpe da running, perche’ tali binari si trovano in testa al binario uno, praticamente sulla Prenestina… (chi non e’ addentro alla toponomastica dell’urbe controlli su google maps).

E’ il titolo di un libro di Natsuo Kirino. E’ un romanzo.

Parla degli adolescenti, a mezzo di una profonda analisi psicologica tratta di un gruppo di ragazze che si rapportano con un “usuale vicino di casa”, ragazzo anch’egli, a seguito di un suo gesto estremo, estremo da portare all’omicidio della madre. Il ragazzo stravolge il suo gesto proponendolo, in prima istanza a se stesso, come un gesto umano, aggrappato ad una sua ferrea struttura filosofica. Il ragazzo e le quattro amiche, che diversamente e nascondendoselo, condividono esistenzialmente la sua vita post-omicidio, contribuiscono a rarefare e ridurre al minimo concepibile qualsiasi umanita’, in un certo qual modo la distruggono, portandosi, tre di loro, ad affermare la propria unica esistenza negandola, cioe’ perdendo la vita. In questo continuo guardare al di la’ della propria linea etico-morale, Hori Ninna, Terauchi, Yuzan, Kirarin, entrano nel mondo adulto traghettate dal “vermiciattolo”, come lo avevano soprannominato.

Ho letto il romanzo l’estate scorsa, mi sembra di ricordare, e mi e’ piaciuto. Il titolo forse non e’ proprio azzeccato, perche’ fornisce comunque una chiave di lettura, ma tutto sommato ha una sua aderenza alle tematiche trattate.

Mi e’ tornato in mente guardando il TG, leggendo il quotidiano, ascoltando alcuni colleghi, a volte ho la sensazione che si preferisca essere un avatar piuttosto che se stessi, e cio’ puo’ solo accadere in una spazio virtuale, dunque non reale.

“[...] Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. […]“
[E.Weisel, La notte]

Da quando ho preso coscienza della storica drammatica unicita’ della Shoah mi sono poste molte domande, storiche, esistenziali, spirituali.
Il giorno della memoria era ieri, tutti i riflettori accessi, tutti i megafoni a 120 dB, tutti verso Emmaus.
Oggi possiamo anche dimenticare, oggi possiamo anche negare. E negano anche gli adolescenti, negano non capendo assolutamente di cosa stanno parlando, negano. E’ ancora notte, l’ipocrisia strisciante di chi dona la moneta d’oro in prima fila facendola prima rilucere a braccio teso, non permettera’ che il giorno sia.

In Italia, nella Repubblica, il confronto e’ duro e le posizioni garantiste. Dopo il passaggio alla Camera, finalmente un processo dovra’ durare sei anni.

E’ come prendere il famoso somaro, farlo correre, stabilire che corre troppo lentamente e quindi appendere una grida fuori dalla stalla nella quale e’ chiaramente scritto che con decorrenza immediata il somaro dovra’ ridurre di un terzo i suoi tempi di percorrenza di un fissato tragitto. Punto. Nessuna altra azione viene compiuta per riformare “i tempi fisiologici” del somaro.

Il vicino, che nella propria stalla ha anche dei cavalli, essendo partito anch’egli da una quantita’ notevole di somari ma via via essendosi anche interrogato se non era il caso di “riformare” la stalla introducendo anche cavalli, occupandosi dell’alimentazione delle bestie, della loro salute, dei loro “ritmi lavorativi” e via dicendo, il vicino dunque, rimane a chiedersi cosa cambiera’… capisce che non cambiera’ niente, perche’ il somaro rimane tale nonostante la grida e quindi gli viene il dubbio se non ci siano altre motivazioni alla “riforma del somaro”.

PB@REPUBBLICA[for the picture original context please refer to here]

Una variazione sul tema del sabato e dell’impatto del sabato sull’uomo.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti…

[F.De Andre', Il testamento di Tito]

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