Il confine tra la propria autodeterminazione e quella dell’altro a volte e’ labile. Si sceglie per se, per cio’ che ciascuno ritiene giusto per se e si puo’ non fare cio’ che e’ giusto per l’altro. Non ho intenzione di spingermi sulla definizione del concetto di “giusto” e parto dal presupposto che ciascuno agisca rispettando se stesso e l’altro. Dunque, si fanno le valutazioni del caso e si fanno delle scelte conseguenti ovvero non si fa alcune considerazione e si sceglie, come dire, d’impulso, quasi senza pensare. In questa dinamica quotidiana, relativa a scelte minime ma anche fondamentali, si fanno i conti con la propria liberta’ di movimento e la liberta’ di movimento dell’altro; tipo due sfere: in una c’e’ colui che sceglie e nell’altra c’e’ l’altro. La scelta potrebbe comportare l’invasione nella sfera individuale dell’altro e tale invasione potrebbe essere ben accetta o no, potrebbe causare gioia ma anche dolore, interesse o indifferenza. Il rischio della non scelta, che a ben guardare e’ comunque una scelta, e’ l’immobilismo, cioe’ l’attesa degli eventi. Scegliere e rischiare ovvero non voler rischiare e quindi rischiare di non vivere una situazione che in potenza potrebbe aver luogo?

Quello stimolo elettrizzante che fa respirare a pieni polmoni e sentirsi parte determinante del contesto storico del momento, quell’euforia un po’ adolescente come anche quell’incoscienza tipica dei vent’anni, mi spingono a scegliere per il cambiamento, rifuggendo dall’inaccettabile occhiata del sentirmi spettatore della mia storia.

E’ accaduto, accade, accadra’.