Archive for March, 2010

Le tematiche trattate nel ciclo dei post “underground” ruotano attorno all’osservare dall’esterno me stesso o se stessi. Gli inspiratori sono da un lato H.Murakami e da un altro R.Barthes. Volevo scrivere due righe sulla verita’, sui segni, sull’amicizia, sull’amore e via declinando verso la soggettivita’ di tali concetti.

Poi ho iniziato ad osservare in silenzio una persona amata ed ho contestualizzato dopo molto tempo un aspetto fondamentale: quello di conoscere per amare. Ho sempre ritenuto che bisognava estendere, dilatare, i propri confini, lasciarsi provocare da altre culture e da persone sconosciute, conseguentemente spingersi sempre piu’ in la’ al di fuori dei propri confini geografici, superare le proprie barriere interiori, i propri pregiudizi su cio’ che riteniamo diverso e che ci spaventa, e…. tutti concetti che continuo a condividere, tuttavia, osservando, mi sembra di capire che il mondo non sia molto piu’ grande del salotto di casa.

Ed intanto, camminando sull’esile filo della coerenza intellettuale, mi appresto ad eradicarmi di nuovo, sapendo che quando rientrero’, una sola occhiata verso la grande finestra piena di luce sara’ sufficiente per compensare “i vuoti conoscitivi” che probabilmente mi accompagneranno.

Il sabato pomeriggio e’ foriero di notizie, inaspettate, temute, desiderate, soffocate in gola e taciute anche a se stessi. Nei miei sabato pomeriggio c’e’ quasi costantemente una linea sottile di malinconia alla quale non rinuncio. E’ come una parte indispensabile di questa parte del giorno della settimana, di questa parte unica, nella quale, al suo volgere, inizia una nuova settimana. Il tempo prima dell’imbrunire e’ staccato temporalmente da ogni sistema, se fosse il 1300 non farebbe differenza.

A volte le cose non si scelgono.


Post scriptum del giorno dopo: ogni qualvolta si vivono momenti semplici si riscopre la bellezza autentica dello stare insieme. Cambiano le nostre vite e in questo cambiamento in itinere il tempo trascorso insieme si assapora lentamente ed autenticamente, in tutto il suo essere indispensabile. Guardarsi attorno e vedere volti amati non e’ assolutamente scontato nell’era dell’immagine. Adesso occorre prepararsi per Colle Pino parte 2, con la speranza che Skywalker faccia uno sforzo…

Post scriptum del giorno dopo il giorno dopo: riprendo una domanda che come un tarlo si e’ insinuata in me e che via via che la approfondisco lacera e mi mostra una parte di realta’ sempre piu’ chiusa nella sua immagine, in un certo qual modo prigioniera della sua immagine. Quando vale una parola nel fast food della cultura?


annunzio

[..] Di questo sono assolutamente certa. Se solo ci penso, comincio a sentire dentro di me uno scricchiolio, come se anch’io stessi per dividermi in due. La divisione di Myu mi sembra riflettere il mio stesso essere divisa. E poi, ho un dubbio. Se questa parte di qua, dove Myu e’ adesso, non fosse il suo vero mondo (cioe’ se la parte di qua fosse in realta’ l’altra parte), io che vivo in stretta intimita’ con Myu in questa dimensione del tempo, che cosa sarei io? [..]
[H.Murakami, La ragazza dello Sputnik]

Il punto e’ questo: fino a che punto la realta’ di coloro con i quali viviamo in relazione, siano essi persone intime o meno, ma sicuramente persone che per noi hanno importanza nel nostro contesto vitale, perturbano la nostra quotidianita’? La questione non e’ se si dipenda o meno da un’altra persona, dipendenza sia sana sia malata, la questione e’, visto che siamo esseri “vocati” alla relazione, esseri in relazione, la nostra unita’ di misura nel capirci e’ anche l’altro, ma quando l’altro inizia ad essere unico sistema di riferimento? Un cambiamento dell’altro verra’ necessariamente vissuto come un nostro cambiamento, ma non subi’to, semmai vissuto, scelto. Tante o poche parole, sicuramente minime, per rendermi conto che in ogni ambito relazionale il raggiungere la “giusta distanza” cioe’ la “giusta vicinanza” e’ questione fondamentale ed in un certo qual modo contribuisce a garantire la longevita’ della relazione stessa.


sputnik
[refer to here for the picture original context]

Il confine tra la propria autodeterminazione e quella dell’altro a volte e’ labile. Si sceglie per se, per cio’ che ciascuno ritiene giusto per se e si puo’ non fare cio’ che e’ giusto per l’altro. Non ho intenzione di spingermi sulla definizione del concetto di “giusto” e parto dal presupposto che ciascuno agisca rispettando se stesso e l’altro. Dunque, si fanno le valutazioni del caso e si fanno delle scelte conseguenti ovvero non si fa alcune considerazione e si sceglie, come dire, d’impulso, quasi senza pensare. In questa dinamica quotidiana, relativa a scelte minime ma anche fondamentali, si fanno i conti con la propria liberta’ di movimento e la liberta’ di movimento dell’altro; tipo due sfere: in una c’e’ colui che sceglie e nell’altra c’e’ l’altro. La scelta potrebbe comportare l’invasione nella sfera individuale dell’altro e tale invasione potrebbe essere ben accetta o no, potrebbe causare gioia ma anche dolore, interesse o indifferenza. Il rischio della non scelta, che a ben guardare e’ comunque una scelta, e’ l’immobilismo, cioe’ l’attesa degli eventi. Scegliere e rischiare ovvero non voler rischiare e quindi rischiare di non vivere una situazione che in potenza potrebbe aver luogo?

Quello stimolo elettrizzante che fa respirare a pieni polmoni e sentirsi parte determinante del contesto storico del momento, quell’euforia un po’ adolescente come anche quell’incoscienza tipica dei vent’anni, mi spingono a scegliere per il cambiamento, rifuggendo dall’inaccettabile occhiata del sentirmi spettatore della mia storia.

E’ accaduto, accade, accadra’.