Ci sarebbe molto da dire per inaugurare il nuovo anno.
Le  tematiche emerse molteplici.
Tuttavia due elementi colorano le giornate presenti, la presa di Bologna, come avrebbe fatto un troiano, e la discesa in guerra dell’apache. Mi diverto a pensarci, per un verso, per un altro le questioni, seppur diverse nella sostanza, mi rattristano. E cosi’, di pensiero in pensiero, scivolando in un turbinio lento ma incessante, complice anche l’assenza di illuminazione delle carrozze nel tornare in treno, mi sono soffermato sulla necessita’ a volte, di reagire alla sofferenza. Non che tali situazioni mi facciano soffrire, ma partendo da queste ho ragionato sulla sofferenza, e questo perche’ altre persone che ne’ sono implicate un minimo di sofferenza l’hanno avuta, e forse un poco anche ora, stanno soffrendo. Mi affido alla sintesi di Yukio Mishima, in assoluto lo scrittore giapponese che preferisco:
“Doveva assolutamente smettere di credere alla realta’ della sofferenza, sebbene fino al giorno prima fosse stata un elemento indispensabile della sua vita. <<Da oggi non ne’ avro’ piu’ bisogno. Dovro’ anzi cancellarla. Devo mettere ordine in tutto cio’ che mi circonda>>. Ma a quel punto Setsuko si chiese quale nome avrebbe potuto attribuire alla sensazione di vuoto che gravava sul suo animo. <<Non e’ sofferenza, ne’ dolore. Non e’ neppure tristezza. Eppure, a maggior ragione, non e’ neppure gioia. Sembra quasi una brace del mio antico tormento. Ma in realta’ e’ qualcosa di diverso. La sofferenza appartiene al passato. Nonostante tutto, i miei sentimenti avanzano ineluttabilmente, come le lancette di un orologio. Sono sentimenti puri, privi di ogni significato, sentimenti nudi, sensibili, vulnerabili, tremanti. Sentimenti che si muovono con precisione vana>>. [Y.Mishima, Una virtu' vacillante]
Ancora, ad ognuno il suo, ad ognuno il suo nel tempo che gli e’ propizio.