“[..]Camminiamo da più di mezz’ora. La vetta è vicina,
sempre aumenta d’intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma d’un tratto e si volge: “Quest’anno
scrivo sul manifesto: – Santo Stelano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo – e che la dicano
quei di Canelli “. Poi riprende l’erta.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.[..]“
[I mari del sud, C.Pavese]
Sia che si rimane nello stesso posto sia che si viva lontano, è il viaggio che si compie con se stessi che da mobilità. Ovviamente si può rimanere fermi tra “i mari del sud” del mondo come nel mio stanco e usato paese, dove le generazioni si susseguono immutate, come se l’evoluzione dell’uomo fosse questione che non le riguardasse, come se adattarsi o disadattarsi lontano dai legami del sangue fosse condizione accessoria e non avesse un chiaro connotato esistenziale.
Mi preparo a partire, mancano tre ore, lo zaino è pronto, sacco a pelo anche, non ho bisogno di altro. Il resto verrà da sè. Il resto sta già venendo.