Hajime

Dopo aver accompagnato Izumi alla stazione del treno, caddi in uno stato di  indescrivibile agitazione. Tornai a casa e mi sdraiai sul divano a fissare il soffitto. Non riuscivo a pensare a niente. Poco dopo arrivò mia madre  e disse: ‘Preparo subito la cena!’. Non avevo per niente fame e così, senza dire nulla, mi infilai le scarpe e uscii. Andai a zonzo per due ore per la città. Era una strana sensazione: non ero più solo come prima, ma nello stesso tempo provavo una solitudine così profonda che non avevo mai conosciuto finora. Era come se avessi inforcato per la prima volta in vita mia un paio di occhiali e non riuscissi a cogliere perfettamente il senso di distanza tra le cose: gli oggetti lontani mi apparivano vicinissimi e quelli sfocati erano adesso chirissimi.”

[A sud del confine, a ovest del sole, Haruki Murakami]

Ritengo sia esperienza comune quella che vive l’io narrante del brano che ho trascritto. Quello stato dell’io in cui, consapevoli che non si è più soli, si percepisce chiaramente una solitudine profonda e densa che risucchia e assorbe parte delle energie che la stato di non-solitudine restistuisce da se. Sono momenti molto belli e intensi quelli in cui un cambiamento è in atto, un cambiamento che chiaramente si vive come positivo, propositivo. Anche sè, per esperienza e convinzione personale, ritengo che anche un cambiamento negativo e perciò non voluto, indesiderato, abbia in se una sacca di positività, come un margine che permette di vivere una “certa” solitudine coerentemente all’essere soli di fatto. Sono, entrambe le tipologie di cambiamento, occasioni per misurarsi con se stessi, occasioni per dare fondo a tutte le proprie risorse, in un certo qual modo, occasioni per riemergere dal gorgo, urlando o muti.

Tengo a precisare tuttavia, che la solitudine della quale sto scrivendo non è solitudine esistenziale, quella è decisamente più ostica da gestire, da somatizzare, da metabolizzare, da vivere. Cerco di spiegarmi, un conto è commentare la statua in gesso di una qualsiasi Venere che talvolta si trova nei giardini delle abitazioni, un altro è commentare il Mosè di Michelangelo che si trova a San Pietro in Vincoli (a Roma…), nel primo caso tra la carne alla brace e due spaghetti le parole trovano il loro naturale ambito, nel secondo caso come minimo occorre partire dalla Genesi ed occorre un contesto dedicato.

Beh, è praticamente l’una, tempo di fumare e di lasciare queste poche righe in rete, le prime che mi sono venute in mente rileggendo alcuni tratti del romanzo che ho citato.

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