Il villaggio è il paesaccio, quasi 800 metri sul livello del mare, qualche centinaio di abitanti, durante l’inverno non ci sono neanche i cani per strada. Il silenzio è reale, è talmente intenso che potrebbe anche infastidire, non ci sono ragazzi, o così a me sembra, e ci sono venuto molte volte in circostanze differenti, durante diversi periodi dell’anno. Durante l’imbrunire, il sole è già decisamente alle spalle dell’unica piazza che da verso i monti, protetta dai quattro venti e quasi custodita dagli occhi indiscreti di chi arriva qui dalle uniche tre vie di comunicazione che la collegano con altri tre paesi anonimi.
Non c’è la donzelletta che vien dalla campagna, nemmeno il fabbro, il legnagliolo, e tantomeno il garzoncello, ci sono due anziani persi nei loro discorsi e qualche avventore all’interno dell’unico locale che è buono per ogni evenienza. Il clima era questo.
In quest’ambito abbiamo discusso dell’implementazione del socialismo nell’ex-Germania Est e dei problemi dell’insegnamento nella scuola italiana contemporanea, utlimo accenno al regno eremita, cioè alla Corea del Nord. Così è iniziato il mio sabato, in uno dei posti che più amo nel quale trovo e ritrovo le mie radici.