Archive for August, 2008

 

Ho incontrato persone care.

Abbiamo parlato di molti argomenti, alcuni molto interessanti, altri esclusivamente per celiare.

Ricordo la cena sulla terrazza, la vista su Barcelona era suggestiva, il confronto autentico.

Poi tanti passi, tanti volti e una lunga digressione sulla libertà. Il mio amico russo (precisamente sovietico), parlando del periodo della perestrojca, dopo una lunga e dettagliata ricostruzione dal suo punto di vista siberiano, ha sinteticamente concluso con una storia che allora si raccontavano a vicenda: “ci sono due cani. Uno è un cane di razza, con pelo lucido e collare di valore, l’altro è un bastardo e sta sull’uscio della porta al di là della quale si trova l’altro cane. Il cane signorile gli dice che ha voglia di una cagna e sta in piedi, l’altro gli dice che semplicemente può uscire da casa e trovare quante cagne vuole. L’altro cane però provandoci non riesce a muoversi perché il guinzaglio non è lungo a sufficienza. Dunque il cane signorile può avere tutti i lussi che vuole ma è soggetto al volere del padrone, mentre il cane di strada può girare dove vuole ma fare una vita misera. La morale è che la libertà è uguale a quanto lungo è il guinzaglio.” Questo è.

Poi sulla via di Assisi ricordo di momenti intensi e ricordi che si intrecciavano al presente. La rabbia tra i denti e la liberazione della memoria, per una giornata particolare. Tanta pioggia che non bagnava.

Inoltre ricordo, nel freddo di un vento dal nord, il ritrovarsi semplice e rilassante, con i miei occhi rivolti sulla valle.

Infine il pranzo della domenica. Familiare e caro. Medievale, dal mio punto di vista.

C’è un tempo per ogni cosa, per ogni aspetto della vita. Me lo ripeto e quasi sussurrando lascio che le parole si dissolvano lentamente nel silenzio materiale del mio studio.

E’ tempo di fumare.

 

 

Grazie a tutti.

 

Si parte.

Dopo 367 giorni parto o riparto.

Tutto è immobile. Sto vivendo in una sorta di cristallizzazione temporale faticosa da elaborare. Meno male che ci sono queste olimpiadi politicizzate, nelle quali una grossa preoccupazione degli atleti italiani è la detassazione del premio olimpico, una sorta di premio di risultato. E meno male che forse l’ICI serve e che Condy Rice non potrà mai diventare come la Marini e che Skywalker è chilometri avanti a Brad Pitt. Povera patria che tra poco lascerò per un pò e spero che quando tornerò la centrale di Montalto di Castro non sia stata riconvertita per la quarta volta e che per il nucleare alla scajola (tipo l’amatriciana) non abbiano individuato come sito di stoccaggio delle scorie la piana di Castelluccio di Norcia.

Ci sono momenti di intensa attività emotiva nei quali affiorano involontariamente nella memoria attuale, dalle pieghe di quella remota, delle immagini di vissuto. Ora, non sto qui a scrivere il processo che mi ha portato a ricordare una parte molto breve di un romanzo che lessi molto tempo fa, anche perchè non credo sia interessante e poi perchè la ritengo strettamente personale, tuttavia d’impulso desidero trascrivere quel brano:

“[..]Seduto al tavolo della cucina, fissavo la nuvola sopra al cimitero. Era immobile, ferma lassù come se fosse stata fissata al cielo con un chiodo. E’ ora di svegliare le bambine, pensai. Si è fatto giorno e si devono alzare, loro sono molto più forti e vitali di me e hanno bisogno di questo nuovo giorno. Devo andare in camera da letto, togliere loro le coperte di dosso, appoggiare le mie mani sui loro morbidi e caldi corpicini e annunciare che è iniziato un nuovo giorno. Devo farlo ora, pensai, ma non riuscivo a staccarmi dal tavolo della cucina. Era come se tutte le forze mi avessero abbandonato e qualcuno fosse venuto alle mie spalle e avesse tolto silenziosamente un tappo dal mio corpo. Appoggiai i gomiti sul tavolo e nascosi la testa tra le mani. In quell’oscurità riuscii a scorgere una pioggia che cadeva nel mare. Cadeva silenziosamente sull’immneso mare, senza che nessuno potesse vederla. Continuai ad avere davanti agli occhi quell’immagine, fino a che qualcuno mi si avvicinò e mi appoggiò con delicatezza una mano sulla spalla.”

[A sud del confine, a ovest del sole, Haruki Murakami]

E’ un romanzo sul desiderio e sul conflitto tra realtà e sogno, sulle nostre possibilità di indirizzare il nostro futuro, in quanto siamo, e le possibilità concrete che la realtà ci propone. Come una sorta di compromesso esistenziale tra ciò che vorremmo essere e ciò che dobbiamo essere, che ci piaccia o meno, come un lento cercare e cercare ancora quel piano vitale nel quale realtà e sogno si intersecano e possono coesistere, in equilibrio precario, ma coesistono.

Ho davanti agli occhi l’autunno del ‘95 in cui tra Tokyo e Baya California c’era un battito di ciglia che potevo chiaramente vedere.

In weeks 61st to 66th (june 30rd – august 4th) we have: 1130 civilians dead more than week sixtieth.

Intendevo scrivere degli ultimi giorni, delle persone incontrate e delle conversazioni fatte. Ma poi, nella lentezza implacabile di questo pomeriggio assai caldo, chiuso nel mio studio, ascoltando canto gregoriano, secondo l’interpretazione dei monaci certosini, stavo considerando quanto detto e quanto ascoltato, quanto comunicato e quanto mantenuto celato, e un velo di tristezza mi ha invaso, come una linea sottile un tantino dolorosa, ed ho constatato che a volte si dicono tante cose (nel senso di affrontare tanti discorsi) per non dire nulla. Una constatazione che non vuole essere un’analisi e alla quale non possono seguire proposte, una semplice constatazione.


Nella vita bisogna saper rifiutare, se si accetta solo si vive come un contenitore che viene svuotato e riempito a piacimento.

Vi è la disponibilità di alcune case di moda a cimentarsi con la divisa scolastica», ha specificato il ministro, chiarendo che sarebbero «numerosi» i presidi, ai quali spetterà comunque la decisione finale, che vogliono reintrodurre il grembiule in quanto «è un elemento di ordine e uguaglianza tra gli studenti. L’importante è semplificare la vita delle mamme e l’uso della divisa va in questa direzione”.

Ovviamente che non sia il grembiule blu o bianco di cotone prodotto dalla manifattura del popolo, e no, deve essere disegnato e prodotto da “alcune case di moda”, altrimenti come si fa a non gravare sui bilanci familiari? Dice, c’è una grossa disparità tra l’abbigliamento di alcuni alunni e l’abbigliamento di altri, ci vuole un elemento di ordine e di uguaglianza, dunque le divise le disegni una casa di moda, in modo che saranno roba da fighetti, poi se sono costose cosa importa, ci vuole ordine ed uguaglianza!

Ma le divise la avranno la tasca dedicata per il telefonino e quella per la PSP?

No perchè, quando andranno dietro la lavagna in punizione qualcosa dovranno pur farla ‘sti ragazzi!