Il tacco e il lavoro

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Alcuni giorni fa ho scritto un post nel quale mi lamentavo del fastidio dei tacchi delle colleghe in ufficio. Ho avuto solidarietà, comprensione, incomprensione. Il post ha favorito varie considerazioni relative a differenti luoghi e tipologie di lavoro, dunque dalla mia azienda (non italiana) passando per un’altra azienda (italiana) arrivando ai luoghi di insegnamento ed infine ai luoghi esistenziali. Se Marco, Fasterbit and Andrew sarebbero disposti, mi sembra, anche a sopportarli i tacchi, considerato i “rumori” che loro ascoltano quasi quotidianamente (e che io ben ricordo), Erica sottolinea che in ambito scolastico hanno funzione di richiamare l’attenzione degli alunni, e dunque rientrano in un quadro più ampio del rapporto alunno-docente, la Flower emergendo come voce nel deserto si spinge oltre la solidarietà di genere e considera l’utilizzo di scarpa con il tacco un gran lavoro!

Nel microcosmo che abbiamo cosituito emerge evidente che il tacco (di scarpa femminile) ha una caratteristica comunque di base, cioè che richiama l’attenzione (lo so è una considerazione da nobel, ma tant’è), poi le considerazioni che nè conseguono dipendono dall’approccio di ciascuno alla questione tacco.

Spinto dalla curiosità ho indagato, e in due casi ho avuto il seguente colloquio: “[...] come va oggi? – mi sento stanca, figurati con sono venuta con le scarpe da ginnastica…” ; “[...] hai timbrato tre palazzi più giù… – e ti credo, quando indosso le scarpe con il tacco impiego un quarto d’ora per arrivare fin qui…”

Premesso che la popolazione statistica è composta da un numero talmente esiguo di membri che la mia breve indagine non ha validità scientifica ma semplicemente speculativa, tuttavia mi sembra di capire che in linea di massima l’utilizzo del tacco comporti una certa “sofferenza”, quantomeno stanca più di un’altra scarpa (anche questa è un’altra considerazione da nobel…). Ora, non cadendo nelle trappole dell’estetica crociana, dunque sull’estetica come scienza dell’espressione, mi chiedo, visto che a lavoro si viene 5 giorni su sette per più di undici mesi l’anno, perchè ostinarsi con il “tacco che stanca” e aumentare il rumore latente dei luoghi di lavoro? O sono io che sto diventando esageratamente sensibile al tacco?

Detto ciò ribadisco che non sopporto più le mie care colleghe con il tacco da dodici!

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5 Responses to Il tacco e il lavoro

  1. Fasterbit says:

    Paolo, tu ignori le ambizioni di carriera, ecco perchè continui a domandarti perchè… ;)

  2. ericablogger says:

    non si fa carriera con i tacchi! …ci vuole anche cervello, intelligenza e spirito di competizione per arrivare in alto, oltre ad una certa furbizia nel saper mantenere i giusti rapporti ed approfittare del momento giusto
    buon 2 giugno erica

  3. yabibi says:

    io credo che la vecchiaia ti inacidisca fratello, gia ti lamentavi a 15 anni ora che ne hai il doppio rifletti…quanto ti lamenti di piu’? e come ti lamenti rispetto all’adolescenza…indicibili baci

  4. andrew says:

    il tacco è sofferenza, lo dicono tutte e lo confermano gli ortopedici, ma si sa che le donne, certe donne, per un tacco farebbero chissà cosa..oddio mi viene in mente però che anche un Presidente del Consiglio usa mettersi i tacchi alti…mi dicono pure che però non ha sfilato al gaypride… insomma il tacco è tacco Paolo, fattene una ragione..

  5. Paolo says:

    Caro Andrew,
    io ricordo di un presidente del Consiglio che aveva anche la bandana…
    ma forse è lo stesso. Se la metti così, una ragione cerco di farmela, ma ti assicuro che è molto difficile fare poi pace con me stesso!

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