Il 23 aprile scrissi alcune riflessioni su una questione alla quale sono legato a doppio filo. Riflessioni che ora riporto e che sento comunque attuali.
Il lato affettivo e personale:
Terminano settant’anni di una parte della storia della mia terra natia, sono terminati ieri (ieri era il 22 aprile) dall’inizio della mattina; sono terminati in un silenzio rassegnato, sono terminati celebrando un ultimo atto, significativo, evocativo, definitivo.
In una serata un poco umida ed autunnale, nel fumo lento che raschia la gola, negli sguardi intelligenti che vogliono capire, è stato lasciato alle spalle un periodo di storia comune, come un taglio netto, come una eradicazione dal sangue, nella disillusione cruda, nella fretta di chi tenta la presunta coerenza.
L’aspetto oggettivo:
Quattro anni fa, il Gruppo Granarolo rilevò il sito produttivo di Sermoneta della Pettinicchio. Qui si producevano le mozzarelle (vaccina e bufala), la ricotta, il burro, prodotti di qualità, in particolare la mozzarella di bufala e la ricotta (in realtà la crema di ricotta). Il marchio Pettinicchio possiede una piccola fetta di mercato, una nicchia di fascia medio-alta che si è mantenuta sostanzialmente immutata nel corso dell’ultimo decennio.
Quattro anni fa il Gruppo Granarolo, che ha un pregevole codice etico, rilevò il sito produttivo di Pettinicchio, rilevò Pettinicchio.
Quattro anni fa iniziò a godere di un contributo erogato dalle casse pubbliche di messa in cassa integrazione per ristrutturazione dell’unità produttiva (o forse per ammodernamento della stessa; occorre essere attenti alle parole), un contributo che sarebbe durato due anni. Parliamo di centinaia di migliaia di euro per uno stabilimento di 170-180 dipendenti. Dopo i primi due anni il finanziamento (di messa in cassa integrazione per ristrutturazione) venne prorogato per ulteriori due anni. In totale quattro anni.
Quattro anni fa si credeva che l’ingresso di Granarolo sarebbe stato “determinante”, perché l’azienda non godeva di ottima salute, ed avrebbe permesso una ristrutturazione finalizzata a rendere competitivo il marchio sul mercato, ad aumentare la produzione.
Per quattro anni sono state fatte spese per la manutenzione ordinaria e vari studi di marketing per rilanciare alcuni prodotti della linea. A livello tecnologico, la parte di impianto che implementa il processo produttivo è obsoleta, è un processo quasi artigianale, dunque costoso. Ciò che ieri facevano in 40, avrebbero potuto farlo in 5-7. Da qui i costi extra, da qui si riteneva si fondasse l’impegno del Gruppo Granarolo.
Quattro anni fa, il Gruppo Granarolo percepì un fondo di durata quadriennale (biennale e poi biennale ancora) finalizzato ad ammodernare l’intero processo produttivo. Dopo quattro anni, incassato il fondo, il Gruppo Granarolo dedice unilateralmente di chiudere il sito produttivo.
Il motivo? Troppi costi.
Quattro anni fa, e quattro anni dopo, cioè oggi, il Gruppo Granarolo mantiene il marchio Pettinicchio e chiude la sede di produzione, mentre i prodotti caseari già sono realizzati da uno stabilimento del nord Italia e da un altro campano (altrimenti non si poteva mantenere la caratteristica di bufala campana nella mozzarella di bufala). Si risparmia nel far produrre a commessa piuttosto che produrre in “casa” il prodotto. Un po’ come l’utilizzo dei consulenti presso le aziende piuttosto che qualcuno assunto dalle aziende stesse.
Dopo quattro anni, poche e secche domande:
- non si potevano utilizzare i fondi per ristrutturare lo stabilimento?
- non si potevano utilizzare i fondi per razionalizzare le risorse?
- e qual’ora il piano industriale di rilancio avesse richiesto maggiori risorse finanziarie non si poteva intervenire con capitale aziendale in tal senso?
- prima di acquisire un’azienda non si dibatte circa l’acquisizione sulla base della situazione reale dell’azienda di interesse e non si propone forse un piano industriale per renderla produttiva e competitiva?
- perchè a fronte dell’offerta attuale di capitale pubblico da parte degli assessorati provinciali e regionali di competenza, capitale da utilizzare per la ristrutturazione aziendale, dal Gruppo Granarolo sono seguiti solo dei no?
- perchè non si vuole vendere il sito produttivo dando possibilità a 155 (gli attuali 155 dipendenti) famiglie di non trovarsi per strada?
- Se l’interesse era solo quello di tenere il marchio, perchè non vendere il sito produttivo, che con i dovuti termini di paragone, vale più di Alitalia?
- perchè durante i famosi quattro anni la produzione è diminuita costantemente, nonostante l’impegno incontestabile e dimostrabile delle maestranze?
- forse i due giorni di sciopero (diritto garantito dalla Costituzione) del personale hanno intralciato il piano industriale di risanamento?
- Forse dopo la comunicazione secca di febbraio 2008 che in data 11 giugno Pettinicchio cesserà di esistere, il fatto incontestabile che i dipendenti abbiamo continuato stoicamente a garantire con senso di responsabilità la produzione, concedendosi 2 giorni di sciopero, ha fatto sì che si evincesse una loro non disponibilità ad essere parte attiva in un eventuale e ragionevole piano industriale di risanamento?
L’opinione che ho maturato nel corso di questi ultimi mesi è che da parte del Gruppo Granarolo non ci sia stato e non ci sia l’intento di puntare su Pettinicchio-sito-produttivo, ma solo su Pettinicchio-marchio, e tra questi due obiettivi c’è di mezzo un’azienda fatta di maestranze specializzate, fatta di 70 anni di storia lungo la via Appia, fatta di una realtà che rappresenta comunque un prodotto di qualità.
Ancora una rilettura:
Shut down.
Quattro anni fa.
Quattro anni fa l’inizio.
Quattro anni fa l’inizio di un piano quadriennale.
Quattro anni fa l’inizio di un piano quadriennale che ha portato alla chiusura.
Shut down. Turn off.
Quando da lunedì 5 maggio inizierete a trovare i prodotti Pettinicchio nei negozi di distribuzione di prodotti alimentari ricordate che sono stati prodotti molto lontani dall’Appia, che 155 persone vedranno in quei prodotti, in tutto identici ai precedenti (nella forma, nell’imballo, circa il gusto, il sapore, la qualità del prodotto chissà, è da verificare, cambiando le maestranze che per anni hanno lavorato con una modalità di implementazione del processo produttivo, con brevetti partoriti in base all’esperienza, un periodo più o meno lungo di transitorio ci sarà…), la loro grande difficoltà presente . Un lavoro che non c’è più.
Sembra una sorta di outsourcing all’italiana.
Dice: “vado a produrre in India perchè risparmio l’80%..” ha un senso.
Dice: “vado a produrre in Italia, e risparmio qualcosa, perchè qui lavorate ancora come 15 anni fa e non siete competitivi…” e non si potevano utilizzare i fondi pubblici, che ci sono stati e che ci sarebbero stati, per ristrutturare il processo produttivo? Era davvero così notevole una eventuale esposizione finanziaria per coprire ciò che sarebbe mancato dai fondi pubblici?
Io provo a chiuderlo il cerchio ma non ci riesco.
Di cosa sto scrivendo?
Shut down.
Goodbye Pettinicchio.
Il tuo stile di raccontare, riesce a coinvolgere e ad avvicinare a fatti, anche “apparentemente distanti”..ancor più per questa questione che ci tocca molto da vicino! Tutta la mia solidarietà agli operai, ai tanti lavoratori ormai disoccupati, alle famiglie che devono trovare in se stesse la forza per “rimboccarsi le maniche”..Il mio disprezzo all’Italia dei padroni..
Grazie per questa ricostruzione dei fatti. E’ bene che certe informazioni si sappiano per comprendere la storia di quello che ci circonda. Tutta la mia solidarieta ai dipendenti e alle loro famiglie.
Mauro
è sempre un bene che persone come te ci facciano conoscere queste notizie tristi decisamente tristi per le piccole industrie italiane distrutte usate ed abusate dai grandi marchi di fabbrica famosi ma senza cuore !!!
un saluto erica