Archive for April, 2008

In week 51st (april 21st – april 28th) we have: 234 civilians dead more than week fiftieth.

After a year from the beginning of mine body counter of the civil dead men in Iraq, one can be drawn short conclusion, one suggestion:

Eyes wide open:

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[please click here for the picture original context]

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Con profondo e autentico affetto

Inquietudine
Chiacchiericcio querulo
Stanchezza del presente
Solo ventitre
Forse più di mille
Luce artificiale
Percival anche
Conflitto sociale
Rimango muto

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[copyright S.Fila]

Nella messa esequiale, secondo il rito tridentino, viene proclamato (o cantato) il Dies Irae (parte del Requiem); il requiem parla del giorno del giudizio, in cui tutte le anime saranno giudicate, appunto, davanti al trono dell’Altissimo (come recita L’Apocalisse).

Ebbene, con il dovuto termine di paragone, ritengo sia giunto il momento di intonare il Requiem e con esso il Dies Irae ad Alitalia.

Dal 2001 Alitalia inizia a “perdere”, cioè a non essere competitiva, fino ad essere talmente prosciugata (leggi rinsecchita ed asmatica) da tener lontani eventuali compratori; Alitalia sta implodendo, e nel giorno del giudizio all’italiana dell’Alitalia ci saranno tutti, chi per cinque anni (2001-2006) si è ben guardato di sporcarsi le mani e occuparsi del problema-cataclisma (data la connotazione fortemente politica dello stesso), chi le mani se le è sporcate con un tantino di ingenuità furbetta, chi ha detto semplicemente di no perchè voleva mantenere nei secoli lo status quo dell’azienda, chi riteneva che AirFrance-KLM fosse esattamente una public company all’italiana, quella cioè dell’amatriciana, del panettone e del cannolo per finire, chi ha dato fondo a tutto l’acume che l’uomo può mostrare trovando soluzioni esemplari al sub-problema Malpensa no–Fiumicino sì e chi ha cavalcato il solito mulo degli alpini (proprio quelli della campagna in russia, mandati con i muli per attraversare la steppa) ricordando a tutti gli italiani italici che se si rompeva la corda con AirFrance-KLM c’era pur sempre una corda-ta dietro l’angolo.

Domani si saprà se l’azienda verrà commissariata o mantenuta ancora in vita tramite accanimento terapeutico (attendendo che valga meno dell’edicola in vendita davanti al tribunale della mia città, che a ben vedere rappresenta un business interessante, in modo da raccoglierla e farne una low-cost da un probabile nome tipo MediaAir, o che ne sò ArcorAir), ma in ogni caso la gestione Alitalia, dai governi degli ultimi quindici anni ai sindacati passando per il CDA della stessa, hanno mostrato tutta la loro incapacità ed inadeguatezza gestionale, arrivata ad un punto tale di dilettantismo da resituirla al mercato moribonda. In ogni caso è un fallimento, nel vero significato del termine e dunque

Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus.

In week 50th (april 14th – april 21st) we have: 215 civilians dead more than week forty-ninth.

Epilogo.

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[Picture download from corriere.it ]

In week 49th (april 7th – april 14th) we have: 79 civilians dead more than week forty-eighth.

«Non ha nemmeno una laurea valida, si è laureato a Milano mentre lavorava lontano da Milano e ci metteva un’ora all’andata e un’ora al ritorno. Giocava a calcetto la sera e andava a sciare di sabato e di domenica. Ha fatto la mia stessa università. Posso assicurare che lavorando così non in quattro anni, ma in tre anni riuscire a laurearsi e a dare degli esami consecutivamente e una settimana dopo l’altra prendere 28 e 28 è impossibile. Quindi la sua è una cosiddetta laurea dei servizi. Il signor Di Pietro è un assoluto bugiardo». [refer to corriere.it]

Alcune riflessioni di ieri sera. Una sera qualunque.

Quando si ha la sensazione che le giornate si susseguano senza eventi degni di rilievo e dunque ci si dispone ad una sorta di monotono realismo, ecco che, come se un’intelligenza superiore si occupasse di cambiare questo stato di cose, con un guizzo sincrono e inaspettatamente puntuale, Trenitalia rientra, per chi che come me cerca di dimenticare, con la sua solita e diversa irruenza.

A ben guardare mai si ripropongono gli stessi eventi, ma ogni volta che il viaggiatore, meglio il pendolare, si trova impotente davanti ad una nuova, semplice ma potenzialmente complicata, situazione, Trenitalia si presenta arrogante, dai fianchi molli, imbattibile. E non porta con se una bellezza scintillante, non è velocità, non è progresso, come si poteva ritenere agli inizi del novecento, ma è portatrice di una lenta rassegnazione, vestita di abiti lisi, abiti che inizia ad indossare per ogni evenienza; nonostante ciò il confronto tra questa matrigna insoddisfatta, dolorante e incurante di mantenere dignità, e il pendolare-adottivo è impari.

Non c’è possibilità di stabilire o di ristabilire un giusto ed equilibrato confronto, al pendolare sono concesse due possibilità: rassegnazione urlata o muta, abbandono. E se mentre nel primo caso si frequenta una vera e propria scuola di vita-pendolare (ammaliati così come si è da una sorta di vocazione proletaria di Trenitalia), nel secondo caso, cioè nella scelta dell’abbandono, i fattori collaterali che si scatenano sono molteplici e non sempre praticabili. Perchè in fondo in fondo, chi sceglie di non abbandonare, nella grande maggioranza dei casi, lo fa perchè non ha alternative praticabili. E così Trenitalia, con un pesante trucco, frutto di pratiche cosmetiche successive ed impietose, diviene l’unica possibilità. Rimanendo in tale ottica, le sorprese che riserva imprevedibilmente al pendolare-mulo, sono un segno tangibile di vitalità e di centralità nella vita del pendolare stesso, voluta o no, elaborata o meno; Trenitalia rimane e si propone come inizio e fine della giornata lavorativa.

Una giornata che può iniziare in ritardo, in piedi, con soste strane e immotivate per ogni dove; una giornata che può finire, come quella odierna, nel buio di una delle più grandi stazioni italiche, nel buio energetico, con il personale addetto al “customer service” (yes, we can!) latitante, con treni pronti nei binari senza un povero diavolo che indichi loro la strada da seguire, con tabelloni spenti e monitor nelle banchine che immotivatamente trasmettono pubblicità, con i negozi “accesi”, ma con il resto, quel resto che è stazione, in un prolungato, buio e muto stato.

Guardo il treno immobile, guardo la banchina, guardo le altre persone, tutti ci guardiamo.

Se esiste una divinità muta, stasera è qui!