Alcune riflessioni di ieri sera. Una sera qualunque.
Quando si ha la sensazione che le giornate si susseguano senza eventi degni di rilievo e dunque ci si dispone ad una sorta di monotono realismo, ecco che, come se un’intelligenza superiore si occupasse di cambiare questo stato di cose, con un guizzo sincrono e inaspettatamente puntuale, Trenitalia rientra, per chi che come me cerca di dimenticare, con la sua solita e diversa irruenza.
A ben guardare mai si ripropongono gli stessi eventi, ma ogni volta che il viaggiatore, meglio il pendolare, si trova impotente davanti ad una nuova, semplice ma potenzialmente complicata, situazione, Trenitalia si presenta arrogante, dai fianchi molli, imbattibile. E non porta con se una bellezza scintillante, non è velocità, non è progresso, come si poteva ritenere agli inizi del novecento, ma è portatrice di una lenta rassegnazione, vestita di abiti lisi, abiti che inizia ad indossare per ogni evenienza; nonostante ciò il confronto tra questa matrigna insoddisfatta, dolorante e incurante di mantenere dignità, e il pendolare-adottivo è impari.
Non c’è possibilità di stabilire o di ristabilire un giusto ed equilibrato confronto, al pendolare sono concesse due possibilità: rassegnazione urlata o muta, abbandono. E se mentre nel primo caso si frequenta una vera e propria scuola di vita-pendolare (ammaliati così come si è da una sorta di vocazione proletaria di Trenitalia), nel secondo caso, cioè nella scelta dell’abbandono, i fattori collaterali che si scatenano sono molteplici e non sempre praticabili. Perchè in fondo in fondo, chi sceglie di non abbandonare, nella grande maggioranza dei casi, lo fa perchè non ha alternative praticabili. E così Trenitalia, con un pesante trucco, frutto di pratiche cosmetiche successive ed impietose, diviene l’unica possibilità. Rimanendo in tale ottica, le sorprese che riserva imprevedibilmente al pendolare-mulo, sono un segno tangibile di vitalità e di centralità nella vita del pendolare stesso, voluta o no, elaborata o meno; Trenitalia rimane e si propone come inizio e fine della giornata lavorativa.
Una giornata che può iniziare in ritardo, in piedi, con soste strane e immotivate per ogni dove; una giornata che può finire, come quella odierna, nel buio di una delle più grandi stazioni italiche, nel buio energetico, con il personale addetto al “customer service” (yes, we can!) latitante, con treni pronti nei binari senza un povero diavolo che indichi loro la strada da seguire, con tabelloni spenti e monitor nelle banchine che immotivatamente trasmettono pubblicità, con i negozi “accesi”, ma con il resto, quel resto che è stazione, in un prolungato, buio e muto stato.
Guardo il treno immobile, guardo la banchina, guardo le altre persone, tutti ci guardiamo.
Se esiste una divinità muta, stasera è qui!