Tardo umanesimo ferroviario

Ore 20.48
Il treno avanza lentamente e mi lascio dietro l’azienda e l’umidità della grande città. Il vociare della metropolitana ancora mi accompagna. Sono seduto in un vagone che è una sorta di open space, con tutte le luci del soffitto (o del cielo centrale e dei cieli laterali , come si usa in gergo tecnico-ferroviario) funzionanti.
Ci sono altre persone che parlano del più e del meno con voce sommessa, solo una giovane donna al telefono sembra quasi urlare, forse crede che la sua voce arrivi direttamente attraverso l’etere al suo interlocutore.
Il treno si muove con stanchezza, anche io sono stanco e lo è anche il venditore ambulante e abusivo di panini e bibite, per un attimo si siede poco distante da dove sono seduto io. Questa sera il venditore ambulante e abusivo di calze in lana da uomo ancora non passa, ma sono convinto passerà, e dirà: “…volete dei calzettoni? Guardate che fattura!” Ed io puntualmente: “No grazie, non mi interessano”. E lui, da copione: “..dottò, se volete teniamo anche dei divviddì, tutte novità!” E si continua così per altri due o tre scambi di battute. Poi il venditore, a volte travestito da santo pronto a vendere il suo pianto, si congeda apparentemente deluso riprendendo in mano la situazione alle poltrone successive e riadeguando lo stesso canovaccio.
Inizia ad essere paicevole frequentare questo piccolo microcosmo ferroviario, che si anima dimesso e quasi in silenzio solo quando fuori è buio. Chissà quando le giornate saranno più lunghe cosa cambierà…

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