Poco fa ho letto i seguenti articoli, di cui ne riporto due parti a mio avviso molto interessanti ed equilibrate. Come dire, il punto di vista israeliano e quello libanese.
“Che cosa significa per noi la parola vittoria?
di EDNA CALO’ LIVNE’
Ogni giorno arriva via e-mail a tutti coloro che si curano dei bambini dei rifugi una circolare del ministero dell’Educazione dove gli educatori e gli animatori ricevono idee e direttive su come riempire le lunghe giornate dei ragazzi. Oggi iniziava così: “Per poterci difendere da Nasrallah dobbiamo sforzarci di continuare a mantenere i nostri valori!”. A volte penso che ci sono molti eroi in questa guerra: ci sono i bambini, che si struggono di nostalgia per il loro lettino, per il cagnolino che è rimasto a casa, per i propri giochi e gli amici sparsi in giro per il Paese. Ci sono i genitori dei figli di tutte le età, dei soldati, delle coppie che dovrebbero sposarsi in questi giorni, ci sono le mamme in attesa, i padri al fronte. Ci sono gli artisti che vanno in giro per i villaggi del nord a rallegrare la gente. Per me sono eroi perché quando ti senti un bersaglio, quando sai che da anni qualcuno sta cercando di cancellarti dalla faccia della terra, è molto difficile rimanere “bello di animo”. E’ difficile mantenere la calma, lo spirito, gli ideali di pace, di dialogo e di accoglienza. E’ un impegno.[...]”
“Questi massacri, il documentario che non avrei voluto girare
di LINA khoury
[...]Dopo la notizia della strage, io e i miei genitori ci siamo chiesti di nuovo se valesse la pena restare: anche qui, non c’è risposta, solo altre domande. Andare dove? Per fare cosa? Mio fratello vive negli Stati Uniti, io ho studiato lì, ma ho scelto di non restarci, di tornare a casa mia. Questa è casa mia, anche se sono nata in Italia e ho vissuto a lungo in America, e non intendo lasciarla di nuovo. Continuo a sperare che presto tutto questo finirà e che da questa crisi nasca qualcosa di buono, che arrivi una soluzione duratura a tutti i problemi internazionali del Libano: le fattorie di Sheeba, i prigionieri nelle carceri israeliane, i rapporti con la Siria. Spero che quando ricostruiremo per l’ennesima volta le strade e i ponti distrutti sarà per sempre, che nessuno venga di nuovo a buttarceli giù nel giro di pochi anni. [...]”
[info:http://www.repubblica.it/2006/07/speciale/altri/2006diariolibano/]