Riporto a seguire alcune parti di un articolo secondo me molto interessante.

“[...]Il cristiano di questo tempo ultra-moderno, vivendo tra crisi delle istituzioni, pluralismo e deregulation del religioso, è tentato di vedere nella chiesa una “riserva” di credenze e di servizi religiosi cui ricorrere in una libera scelta individuale. Non è più la religione che propone una fede e una morale, ma sono i singoli che chiedono alla religione ciò di cui hanno bisogno: i fedeli, sempre meno “praticanti”, sono sempre più “infedeli” rispetto alla chiesa. Questo individualismo religioso non significa abbandono del sentimento di appartenenza a una religione (tuttora la stragrande maggioranza degli italiani si dichiara cattolica), ma sia quelli che sono “nel seno della chiesa”, sia quelli che sono fuori vivono una dislocazione tra fede, morale, appartenenza, pratica e conformità: si crede senza appartenere alla chiesa, ma ci si dice appartenenti alla religione cattolica senza credere. È paradossale, ma oggi è questo il divorzio! Le appartenenze sono plurime e non si avverte la contraddizione di appartenere culturalmente al cristianesimo senza appartenervi realmente. La religione è scissa in molte dimensioni che non coabitano tra di loro perché le parti del sistema si sono disgregate.[...]
È in tale contesto che è diventato possibile l’ascolto, l’applauso, l’ammirazione, la commozione per i “simboli” religiosi, siano essi persone carismatiche o grandi eventi, da parte di quelli che non sono mai disponibili né disposti ad assumere e a realizzare quotidianamente ciò che viene richiesto.[...]
Oggi, se mai, ci si è attrezzati meglio nell’invocare una giustificazione per questo comportamento: alla logica dell’obbedienza si sarebbe sostituita la logica della responsabilità. Per i credenti che hanno “fede popolare”, come si ama dire oggi, e per i militanti, impegnati in un cammino di forte coinvolgimento, la fede è vista come essenzialmente personale: l’importante è che aiuti a vivere meglio, che faccia crescere, che contribuisca alla ricerca della felicità. E così si finisce per misurare anche la fede in base a quello che apporta: benessere, armonia, guarigione… Sì, perché il nuovo nome della salvezza è il compimento e la cura di sé, è lo star bene con sé e con gli altri. In questa deriva, la fede deve contrastare la sofferenza, impedire qualsiasi dolore e fatica anziché assumerli nel dare forma alla propria esistenza.[...]
Può sorprendere, ma praticamente nessuno sembra ravvisare il carattere narcisistico di questa deriva, la frantumazione di ciò che è comunitario, sociale… Tutto è misurato sulla capacità di condurre alla realizzazione di sé e, in questo, non si teme né il soggettivismo, né il ripiegamento su di sé.[...]
La salvezza che il cristianesimo vuole annunciare non è un intimistico star bene con se stessi ma è una realtà destinata a tutti, collocata dentro la storia, inserita in una dimensione comunitaria.[...]
Così, per quanto paradossale possa apparire, a livello sociale non la visibilità, non il clamoroso, non l’efficienza, non l’evidente sono i luoghi di manifestazione dell’essenza della fede cristiana, ma il segreto del cuore e una prassi storica quotidiana spesso nascosta e di poca risonanza. Sì, il contributo cristiano a una società più vivibile non verrà da ripiegamenti su se stessi né da dispiegamento di forze di pressione ma, oggi come al sorgere del cristianesimo, dalla capacità di mostrare una differenza abitata dal senso.”

Info: La fede non è la medicina dell’io - E.Bianchi – La Stampa, 26 febbraio 2005