Attesa.
Ritornano insistenti i versetti del Qoelet, dedicati al tempo, che suonano più o meno così: c’è un tempo per vivere ed uno per morire, un tempo per amare ed uno per odiare, un tempo per ridere ed uno per piangere,….
Dunque c’è un tempo, quasi per ogni umana attività, c’è un tempo. La questione che insiste nel momento presente è: posso decidere il mio tempo? Direi di no, nonostante l’uomo abbia l’ultima parola sulle decisioni, sulle scelte. E dunque ci si trova a fare una scelta, si crede in ciò, e poi, può accadere ma non è detto, qualcosa cambia, qualcosa di temuto nel profondo cambia, e si rimane impotenti, proprio perché la singola decisione rimane tale, e dunque chi è coinvolto nella scelta del singolo come sceglie? Ha senso fare pressing? E’ onesto fare pressing? Si lascia il giusto spazio a chi entra nella propria sfera vitale affinché possa decidere nella libertà individuale, in base alle proprie priorità di vita? Ed inoltre, ciascuno è diverso da un altro, è vero ci si incontra, si comunica, ma si vive uno stato emotivo-affettivo “compatibile”? Tante sfumature, tante declinazioni, tante giuste differenze… ma comuni dovrebbero essere gli obiettivi, obiettivi condivisi e tali da motivare il presente, con tutte le difficoltà annesse. La questione rimane dunque la seguente: tuffarsi e rischiare perché non si conosce il fiume oppure rimanere sulla sua sponda e guardare, parlare, urlare, muoversi, ma pur sempre sulla sponda.