Archive for April, 2006

Curiosando nel sito http//ulisse.sissa.it ho letto una considerazione sulla misura del tempo, che riporto integralemente a seguire.

Domanda: Che cosa o chi è stato a determinare che un’ora fosse di sessanta minuti, che un minuto fosse di sessanta secondi e così via?

I Risposta: Per rispondere alla domanda si deve forse risalire alle antiche misure dell’anno in 360 giorni, nel calendario persiano e in quello babilonese, anche se questi popoli presto capirono che il numero di giorni in un anno era maggiore. Pare che i Babilonesi abbiano anche fatto anticamente una divisione del giorno in sessanta ore. Il numero 360 è collegato al sistema sessagesimale, essendo divisibile comodamente per 60, 30, 24, 12, … Il raggio di un cerchio si può riportare come corda sei volte e insiste su un angolo di 60 gradi. La dinastia Shang in Cina ha introdotto tra il 1500 e il 1000 a.C. un calendario con cicli di 60. Si attribuisce a Talete l’uso del grado in geometria.

A cura di Gabriele Lolli
Dipartimento di Matematica, Università di Torino

II Risposta: La nostra attuale divisione del giorno in 24 ore di 60 minuti ciascuna è il risultato di una modificazione ellenistica di una pratica egizia, combinata con procedimenti numerici di calcolo di origine babilonese. Gli Egizi dividevano infatti il giorno in 24 ore, che in origine non avevano tutte la stessa durata, ma dipendevano dalle stagioni. Queste “ore stagionali” furono sostituite da ore di durata costante solo nei trattati teorici dell’astronomia ellenistica e, poiché a quell’epoca i calcoli astronomici venivano effettuati con il sistema di numerazione sessagesimale (in base 60) posizionale babilonese, le ore vennero divise in 60 parti uguali (minuti), ciascuna delle quali era divisa a sua volta in 60 parti uguali (secondi) e così via.
Per saperne di più cosiglio il libro: O. Neugebauer, Le scienze esatte nell’antichità, Feltrinelli, Milano, 1974.

A cura di Livia Giacardi
Dipartimento di Matematica, Università di Torino

[...]
Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.
[...]

(D.Alighieri, canto 34, Inferno)

Attesa.
Ritornano insistenti i versetti del Qoelet, dedicati al tempo, che suonano più o meno così: c’è un tempo per vivere ed uno per morire, un tempo per amare ed uno per odiare, un tempo per ridere ed uno per piangere,….
Dunque c’è un tempo, quasi per ogni umana attività, c’è un tempo. La questione che insiste nel momento presente è: posso decidere il mio tempo? Direi di no, nonostante l’uomo abbia l’ultima parola sulle decisioni, sulle scelte. E dunque ci si trova a fare una scelta, si crede in ciò, e poi, può accadere ma non è detto, qualcosa cambia, qualcosa di temuto nel profondo cambia, e si rimane impotenti, proprio perché la singola decisione rimane tale, e dunque chi è coinvolto nella scelta del singolo come sceglie? Ha senso fare pressing? E’ onesto fare pressing? Si lascia il giusto spazio a chi entra nella propria sfera vitale affinché possa decidere nella libertà individuale, in base alle proprie priorità di vita? Ed inoltre, ciascuno è diverso da un altro, è vero ci si incontra, si comunica, ma si vive uno stato emotivo-affettivo “compatibile”? Tante sfumature, tante declinazioni, tante giuste differenze… ma comuni dovrebbero essere gli obiettivi, obiettivi condivisi e tali da motivare il presente, con tutte le difficoltà annesse. La questione rimane dunque la seguente: tuffarsi e rischiare perché non si conosce il fiume oppure rimanere sulla sua sponda e guardare, parlare, urlare, muoversi, ma pur sempre sulla sponda.

Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare,
finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa

(A.Einstein)

Adeguarsi al pensiero di un’altra persona?
Ritenersi non possessori di una opinione definita e dunque, vuoi per fare una scelta vuoi per senso di prossimità (avvicinamento) e, non per ultimo, di rinuncia ad una parte di se, si fa proprio il pensiero dell’altro.
Quel moto che forza ad uscire dalla propria sfera individuale per incontrare l’altro non è forse fatto anche di piccole (o grandi) rinunce a delle proprie convinzioni (chiaramente se non fondamentali nella scala di valori propria) soprattutto quando le argomentazioni dell’altro provocano e mettono in crisi alcune convinzioni, tanto da rivederle ovvero integrarle?
Il cammino di conoscenza o di incontro tra due persone passa attraverso la scoperta piacevole e spiacevole al contempo degli aspetti caratteriali dell’altro, dunque si vivono momenti di confronto nei quali si ha davanti l’altro e ci si sente un pizzico confusi, delusi, si incrina cioè il modello idelae che dell’altro, consapevolmente o non, avevamo costruito e speravamo che davvero così fosse. E invece no, l’altro è diverso da questo modello, l’altro è una persona pensante con la propria storia e il proprio vissuto, con la sua personalità, formata o meno, interessante o meno, l’altro urla dentro di noi ciò che a noi manca o che forse non vorremo avere.
E in questa dinamica, non controllabile completamente, si insinua l’amore. Qui si che la complicazione (perchè no la semplicità?) aumenta e sembra che il “gioco” dipendenza – autonomia si faccia davvero “serio”, ossia la mancanza di rispondenza tra il proprio modello dell’altro e ciò che l’altro in realtà è può mettere in crisi: ma è questa la persona che ho scelto? Sono disposto a rischiare nonostante ciò?
E ciascuno risponde in base a quale posto l’altro occupa nella propria vita, o meglio, a quale spazio sta dando all’altro nella nuova vita condivisa. La questione è, non completamente, amare e donarsi senza riserve ovvero amare più se stessi e vivere dall’altra parte della sponda del fiume.

Ci sono momenti nei quali è opportuno fermarsi e mettersi davanti ad uno specchio, mettersi davanti a se stessi. Sono momenti nei quali quello ch e viene richiesto è di guardarsi dentro, tirar fuori ciò che urla dentro, e dargli un nome, cioè capire. Quando le situazioni esterne impongono un gesto concreto occorre farlo, se davvero si tiene a ciò che si vive, se davvero si vuole cambiare e fare dei passi concreti, svicolati da tante chiacchiere gratuite che rendono più simili al D’Annunzio della situazione. E il mettersi in discussione può irrigidire, può spaventare, può portare a conoscere degli aspetti di se che forse possono risultare poco graditi, ma non importa, anche questo è amore.