E’ il titolo di un libro di Natsuo Kirino. E’ un romanzo.

Parla degli adolescenti, a mezzo di una profonda analisi psicologica tratta di un gruppo di ragazze che si rapportano con un “usuale vicino di casa”, ragazzo anch’egli, a seguito di un suo gesto estremo, estremo da portare all’omicidio della madre. Il ragazzo stravolge il suo gesto proponendolo, in prima istanza a se stesso, come un gesto umano, aggrappato ad una sua ferrea struttura filosofica. Il ragazzo e le quattro amiche, che diversamente e nascondendoselo, condividono esistenzialmente la sua vita post-omicidio, contribuiscono a rarefare e ridurre al minimo concepibile qualsiasi umanita’, in un certo qual modo la distruggono, portandosi, tre di loro, ad affermare la propria unica esistenza negandola, cioe’ perdendo la vita. In questo continuo guardare al di la’ della propria linea etico-morale, Hori Ninna, Terauchi, Yuzan, Kirarin, entrano nel mondo adulto traghettate dal “vermiciattolo”, come lo avevano soprannominato.

Ho letto il romanzo l’estate scorsa, mi sembra di ricordare, e mi e’ piaciuto. Il titolo forse non e’ proprio azzeccato, perche’ fornisce comunque una chiave di lettura, ma tutto sommato ha una sua aderenza alle tematiche trattate.

Mi e’ tornato in mente guardando il TG, leggendo il quotidiano, ascoltando alcuni colleghi, a volte ho la sensazione che si preferisca essere un avatar piuttosto che se stessi, e cio’ puo’ solo accadere in una spazio virtuale, dunque non reale.

“[...] Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. […]“
[E.Weisel, La notte]

Da quando ho preso coscienza della storica drammatica unicita’ della Shoah mi sono poste molte domande, storiche, esistenziali, spirituali.
Il giorno della memoria era ieri, tutti i riflettori accessi, tutti i megafoni a 120 dB, tutti verso Emmaus.
Oggi possiamo anche dimenticare, oggi possiamo anche negare. E negano anche gli adolescenti, negano non capendo assolutamente di cosa stanno parlando, negano. E’ ancora notte, l’ipocrisia strisciante di chi dona la moneta d’oro in prima fila facendola prima rilucere a braccio teso, non permettera’ che il giorno sia.

In Italia, nella Repubblica, il confronto e’ duro e le posizioni garantiste. Dopo il passaggio alla Camera, finalmente un processo dovra’ durare sei anni.

E’ come prendere il famoso somaro, farlo correre, stabilire che corre troppo lentamente e quindi appendere una grida fuori dalla stalla nella quale e’ chiaramente scritto che con decorrenza immediata il somaro dovra’ ridurre di un terzo i suoi tempi di percorrenza di un fissato tragitto. Punto. Nessuna altra azione viene compiuta per riformare “i tempi fisiologici” del somaro.

Il vicino, che nella propria stalla ha anche dei cavalli, essendo partito anch’egli da una quantita’ notevole di somari ma via via essendosi anche interrogato se non era il caso di “riformare” la stalla introducendo anche cavalli, occupandosi dell’alimentazione delle bestie, della loro salute, dei loro “ritmi lavorativi” e via dicendo, il vicino dunque, rimane a chiedersi cosa cambiera’… capisce che non cambiera’ niente, perche’ il somaro rimane tale nonostante la grida e quindi gli viene il dubbio se non ci siano altre motivazioni alla “riforma del somaro”.

PB@REPUBBLICA[for the picture original context please refer to here]

Una variazione sul tema del sabato e dell’impatto del sabato sull’uomo.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti…

[F.De Andre', Il testamento di Tito]

Ci sarebbe molto da dire per inaugurare il nuovo anno.
Le  tematiche emerse molteplici.
Tuttavia due elementi colorano le giornate presenti, la presa di Bologna, come avrebbe fatto un troiano, e la discesa in guerra dell’apache. Mi diverto a pensarci, per un verso, per un altro le questioni, seppur diverse nella sostanza, mi rattristano. E cosi’, di pensiero in pensiero, scivolando in un turbinio lento ma incessante, complice anche l’assenza di illuminazione delle carrozze nel tornare in treno, mi sono soffermato sulla necessita’ a volte, di reagire alla sofferenza. Non che tali situazioni mi facciano soffrire, ma partendo da queste ho ragionato sulla sofferenza, e questo perche’ altre persone che ne’ sono implicate un minimo di sofferenza l’hanno avuta, e forse un poco anche ora, stanno soffrendo. Mi affido alla sintesi di Yukio Mishima, in assoluto lo scrittore giapponese che preferisco:
“Doveva assolutamente smettere di credere alla realta’ della sofferenza, sebbene fino al giorno prima fosse stata un elemento indispensabile della sua vita. <<Da oggi non ne’ avro’ piu’ bisogno. Dovro’ anzi cancellarla. Devo mettere ordine in tutto cio’ che mi circonda>>. Ma a quel punto Setsuko si chiese quale nome avrebbe potuto attribuire alla sensazione di vuoto che gravava sul suo animo. <<Non e’ sofferenza, ne’ dolore. Non e’ neppure tristezza. Eppure, a maggior ragione, non e’ neppure gioia. Sembra quasi una brace del mio antico tormento. Ma in realta’ e’ qualcosa di diverso. La sofferenza appartiene al passato. Nonostante tutto, i miei sentimenti avanzano ineluttabilmente, come le lancette di un orologio. Sono sentimenti puri, privi di ogni significato, sentimenti nudi, sensibili, vulnerabili, tremanti. Sentimenti che si muovono con precisione vana>>. [Y.Mishima, Una virtu' vacillante]
Ancora, ad ognuno il suo, ad ognuno il suo nel tempo che gli e’ propizio.

[da ascoltare con "in viaggio" dei CSI, dall'album "ko de mondo", come colonna sonora]

Con stupore ho fatto i conti con l’inizio del nuovo anno: avevo chiuso il 2009 con un po’ di giorni di anticipo ed ho inaugurato il nuovo anno ieri. I giorni tra la fine del vecchio anno e l’inizio del nuovo sono stati di inter regno. Forse era il 2001 o chissa’ un altro tempo, ma sicuramente un anno del passato. L’inizio del 2010 ha avuto luogo con lentezza nella terra del Ceco, per poi imporsi proprio ieri, quasi un travaglio.

Ebbene il 2010 secondo il nostro calendario e’ l’anno del Ceco, anno di prosperita’, benessere, pace e concordia, anno di bellezza. Si sa’, ad ognuno il suo, e questo e’ il nostro tempo, quindi preparatevi tutti, perche’ ciascuno avra’ la propria ri-nascita, avra’ cio’ che gli spetta.

Tutto cio’ in barba ai pronostici cibernetici ed astrologici,
in barba alla realta’ non reale dei social network,
in barba ai vari simulacri prostituiti in rete senza dignita’,
in barba alla solitudine umana che non appartiene a noi ma all’epoca in cui viviamo,
in barba all’impronta esistenziale che si vuole dare “all’immagine” buttando “l’essere” con l’acqua sporca,
nonostante tutto cio’,
quest’anno avra’ la nostra impronta.

Chiudo il 2009 con qualche giorno di anticipo. In realta’ ho ritenuto poter chiudere simbolicamente l’anno qualche tempo fa. Non credo abbia senso fare un discorso del genere e forse serve solo a me come monito per alcune questioni alle quali sono “particolarmente affezionato”.

Buona parte del 2009, nei momenti liberi, ho letto e cercato di capire le motivazioni dell’inadeguatezza del socialismo reale li’ dove e’ stato impiantato con presunto metodo scientifico. In tutti casi, eccezion fatta per la Corea del Nord, Cina e Cuba, e’ cessato di esistere senza rivoluzioni cruente, per mezzo di movimenti venuti della pancia del proletariato, proletariato che sarebbe dovuto essere il fulcro sociale, politico ed etico dei sistemi socialisti. Enorme eccezione va sollevata per ex Unione Sovietica in cui Gorbachev capi’ per tempo che avrebbe dovuto calare delle scelte dall’alto. Termine comune per tutti i stati dell’ex blocco socialista dell’est fu il crollo del sistema economico pianificato, termine che porto’ alla necessita’ di riforme. Il discorso e’ abbastanza lungo e molto interessante. Il testo della canzone che segue e’ talmente sintetico e chiaro che mi impone di non aggiungere altre tentate parole circa la tematica del post.


“Che la terra è pesante
Non si può sollevare
Che la terra è pesante
Pesante da portare
E’ bassa troppo bassa
Preme e schiaccia
Fucina di potere temporale
Fucina di potere temporale
Un unico abominio clericale
Delirio onnipotente
Dominio che sovrasta
Efficenza d’inetto (delirio onnipotente)
Burocratica casta (dominio che sovrasta)
Potenza del pesante (efficenza d’inetto)
Preme compatta schiaccia (burocratica casta, potenza del pesante)
Preme
Compatta
Schiaccia
Sogno Tecnologico Bolscevico
Atea Mistica Meccanica
Macchina Automatica – no anima
Macchina Automatica – no anima
Ecco la Terra in Permanente Rivoluzione
Ridotta imbelle sterile igienica
Una Unità di Produzione
Unità di Produzione
Tecnica d’Acciaio
Scienza Armata Cemento
Tabula Rasa Elettrificata
Tabula Rasa Elettrificata

Barbaro umanesimo bolscevico
L’età del bruci il mondo caschi in terra
L’età del tutto giù nuova la terra
Rosso fiammante
Splendente in età acerba di passione
Rosso fiammante
Ma senza età matura
Marcia impostura
Ma senza età matura
marcia impostura
Delirio onnipotente
Dominio che sovrasta
Efficenza d’inetto
Burocratica casta
Potenza del pesante
Preme
Compatta
Schiaccia
Sogno Tecnologico Bolscevico
Atea Mistica Meccanica
Macchina Automatica – no anima
Macchina Automatica – no anima
Ecco la Terra in Permanente Rivoluzione
Ridotta imbelle sterile igienica
Una Unità di Produzione
Unità di Produzione
Tecnica d’Acciaio
Scienza Armata Cemento
Tabula Rasa Elettrificata
Tabula Rasa Elettrificata”
[unita' di produzione, CSI, 1998]

Buon anno!

Xmas

Rifiuto.

Partendo dal mio approccio alla vita, ritengo che il rifiuto e’ parte delle relazioni interpersonali ed e’ anche veicolo di trasparenza quando palesato. Per essere piu’ concreti, si fa una proposta ad un altra persona, la persona interrogata, ipotizzando che la proposta sia stata chiara e non ambigua, puo’ accettare la proposta oppure declinarla, cioe’ rifiutarla. La dinamica relazionale e’ abbastanza semplice concettualmente ma puo’ essere difficoltoso metterla in atto, ci sono infatti circostanze nelle quali il rifiuto deve essere mosso verso una persona con la quale si ha un legame affettivo e di conseguenza si pensa anche all’effetto che il rifiuto sortira’ sull’altra/o, insomma ci si preoccupa che il rifiuto possa causare sofferenza. Chiaramente la sofferenza e’ da mettere in conto, ma e’ anche vero che provocare sofferenza onestamente, cioe’ rifiutando perche’ si vuole rifiutare, e’ una via da preferire al non manifestare il rifiuto perche’ non si vuole far soffrire ed in fondo agire con inganno. Tra le due opzioni, nei rapporti tra persone mature, la prima opzione dovrebbe comunque essere preferita. La casistica da analizzare sarebbe troppo vasta e quindi corro il rischio di generalizzare sapendo che a volte, in situazioni nelle quali non e’ un “peso” il rifiuto si puo’ anche camminare verso l’altra/o.

Fin qui ho dato per scontato il fatto che la persona alla quale si fa una proposta risponda alla proposta nel modo che trova opportuno. C’e’ tuttavia una seconda possibilita’, cioe’ la modalita’ del mutismo, cioe’ si fa una proposta e semplicemente non si ottiene alcuna risposta. Va da se’ che la non risposta equivale ad un rifiuto, ma perche’ non avere quel minimo di coraggio (anche se coraggio non e’ il termine adatto)  per rispondere? Per dire “grazie mille ma non mi interessa” oppure “..ma che cazzo vuoi?” e mille altre possibilita’…

Il mutismo elettivo come rifiuto lo relego allo stadio infantile delle relazioni interpersonali, all’incapacita’ di guardare l’interlocutore negli occhi e dirgli quello che si pensa, anche se l’altro e’ stato invadente o inopportuno, anche in questo caso si puo’ sempre disporre nelle nostra bella lingua di tante parole per replicare, esprimendo la propria opinione.

O forse nella nostra era del reality show strisciante si puo’ far finta di cambiare stanza, quindi telecamera, quindi dimensione ed evitare una relazione, dicendosi “non vedo perche’ dovrei rispondere, meglio non rispondere in modo che capisca chiaramente, dalla mia non risposta, che cio’ che  mi propone non mi interessa…”

O forse ancora, vale la locuzione unicuique suum, e quindi chi non ottiene risposta evidentemente non se la merita.

Skywalker&MelaDay

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